Morbo di Kienbock con un ciclo di ossigenoterapia Aldo potrebbe stare meglio

Salve,
sono Aldo, ho 47 anni e vengo da La Spezia. Tutto è cominciato con uno “strano” dolore al polso per cui il mio reumatologo pensava si trattasse di artrite reumatoide e mi aveva prescritto delle infiltrazioni di cortisone. Non avendo avuto nessun miglioramento,  al termine della cura mi ha fatto eseguire una risonanza magnetica con mezzo di contrasto, che ha riscontrato senza dubbi un morbo di Kienbock al primo stadio.

A questo punto il medico mi ha consigliato un intervento chirugico: una “osteotomia di accorciamento del radio e innesto vascolare”.
Spererei di poter evitare l’intervento o vorrei almeno provare qualcosa di alternativo e considerarlo solo un’ultima spiaggi.

Cosa mi consiglia a riguardo?

Grazie per la disponibilità, resto in attesa di un suo parere.

Aldo



Una risposta a “Morbo di Kienbock con un ciclo di ossigenoterapia Aldo potrebbe stare meglio”

  1. Alessandra Morelli on

    Risponde la dott.ssa Alessandra Morelli Laurea in Medicina e Chirurgia Università di Bologna Specializzazione in Chirurgia Generale Università di Bologna Ordine Dei Medici di Bologna N° 15985

    Buongiorno Aldo,
    mi rendo conto che lei viene da un percorso piuttosto frustrante e questo mi dispiace: aver tentato un trattamento invasivo senza risultati è un’esperienza che può abbattere, però, un esame radiologico mirato ha chiarito la diagnosi.

    La malattia di Kienbock è un caso particolare di osteonecrosi. In questa situazione, un’interruzione del flusso di sangue all’osso semilunare del carpo (parte della struttura ossea del polso) può determinare la morte della sua parte cellulare e la sua compromissione strutturale a lungo termine, vale a dire l’artrosi.
    Premetto che potrei fare una corretta valutazione medica solo visitandola ed osservando la sua documentazione clinica (immagini radiologiche, referti delle visite specialistiche precedenti…); le informazioni sintetiche, ma molto puntuali che lei mi dà nel suo intervento mi consentono però un’idea di base.

    Il primo stadio è il più iniziale: non sono ancora intervenute le temibili modificazioni cui accennavo. Per questo motivo può aver senso percorrere altre piste, prima di sottoporsi all’intervento chirurgico.
    Tramite un’azione che avviene nell’ordine di grandezza microscopico, l’ossigenoterapia iperbarica persegue gli stessi obiettivi degli interventi chirurgici che vengono indicati per il trattamento di questa malattia.
    Mi spiego meglio precisando quel che ho appena accennato.
    L’osteotomia di accorciamento, cioè l’asportazione di una piccola “fetta” di radio si pratica per ridurre un’eccesso di pressione sull’osso semilunare. L’innesto osseo vascolarizzato serve a rifornire all’osso stesso nutrimento e ossigeno, dato che il problema è partito proprio da una sua ridotta irrorazione da parte del sangue. Inoltre, portare in zona del tessuto sano e dotato di un circolo efficiente consente l’arrivo di cellule staminali in grado di rimpiazzare quelle morte e consentire così la riparazione dell’osso danneggiato.

    L’azione della terapia iperbarica è del tutto analoga, ma lavora più “in piccolo”. L’ossigeno, assunto per inalazione in camera iperbarica, si distribuisce ai tessuti e ha un effetto antiinfiammatorio e antiedemigeno, cioè limita la raccolta di liquido che si verifica in corso di infiammazione. Le pareti dell’osso sono rigide quindi l’aumento di pressione al loro interno, che deriva dalla raccolta di liquido, può arrivare a comprimere i capillari e compromettere la circolazione del sangue. Contrastare questo effetto “alleggerisce” il semilunare, con miglioramento del circolo.

    Un dettaglio non da poco è che controllare l’infiammazione e le sue manifestazioni vuol dire ridurre il dolore e questo, in genere, è il primo effetto che i pazienti sperimentano con sollievo.
    Una proprietà rilevante della terapia iperbarica è quella di promuovere la formazione di nuovi capillari sanguigni e, per l’appunto, di richiamare cellule staminali dove ce ne è più bisogno. Così in modo non invasivo si ottiene la ri-vascolarizzazione di un’area “svantaggiata”, che finora si otteneva, con un approccio più tradizionale, solo con l’intervento chirurgico di innesto di tessuto sano.

    La terapia iperbarica può quindi andare a costituire, nei prossimi anni, una possibilità conservativa in più per i casi iniziali di osteonecrosi.
    Presso il nostro Centro i pazienti con tale problema vengono trattati secondo i protocolli nazionali per l’ossigenoterapia iperbarica. Al momento della prima visita inquadriamo lo stadio della patologia grazie agli esami strumentali (Rx e risonanza magnetica) ed ai referti dell’ortopedico. Se il paziente rientra nel grado di malattia che si può giovare della terapia, ovvero se non si sono instaurate alterazioni anatomiche irreversibili e non ci sono controindicazioni assolute ad affrontare il trattamento, si parte con un ciclo da 50 sedute ad un ritmo di 5 alla settimana. Al termine, il paziente viene invitato a sottoporsi di nuovo agli esami di controllo.

    La cura può avere avuto esito positivo e fermarsi qui; se il paziente non è guarito ma comunque presenta un miglioramento, si procede con un ulteriore ciclo da 40 sedute.

    Abbiamo ormai una significativa esperienza nel campo dell’osteonecrosi ed abbiamo trattato con buoni risultati anche dei casi di malattia di Kienbock.

    Se deciderà di sottoporsi ad una visita da parte della nostra equipe, il numero di telefono per prenotare è 051/6061240 e l’e-mail è info@iperbaricobologna.it. Le ricordo anche che il Centro Iperbarico si è convenzionato con alcuni servizi e strutture d’accoglienza vicine per quei pazienti che necessitino di soggiornare a Bologna per il periodo delle terapie (i riferimenti sono nel sito in “home”).

    Mi rendo conto che la distanza dalla sua città potrebbe costituire un problema e le suggerisco in alternativa di contattare l’ottimo Servizio di Medicina Iperbarica dell’Ospedale S. Martino di Genova.

    Nel frattempo le consiglio, per quanto possibile, di astenersi da lavori manuali particolarmente pesanti e di affidarsi ad un fisioterapista che potrebbe essere davvero prezioso in questa fase.

    Le faccio i miei migliori auguri di recuperare nel migliore dei modi.
    Un saluto,
    Dott. Alessandra Morelli

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