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PFO e malattia da decompressione: è necessario appendere le pinne al chiodo?

Ci sono tante anomalie che colpiscono il cuore, molte delle quali sono asintomatiche. Questo è il caso del PFO – Forame Ovale Pervio, un difetto anatomico cardiaco che si mostra come un’apertura nel cuore, un tramite fra l’atrio destro e l’atrio sinistro che permette, quando ci sono, il passaggio di bolle.

PFO – Forame Ovale Pervio

Questo canalino, nella fase embrionale e successivamente alla nascita è aperto, in quanto, in particolare nella prima fase di sviluppo del feto, permette il passaggio del sangue fra l’atrio destro e l’atrio sinistro.
Entro il primo anno di vita il forame ovale pervio si chiude fisiologicamente: se non si chiude, si parla di “pervietà del forame ovale”.

Questa problematica non è rara, infatti è presente in circa un terzo della popolazione (1 su tre) e la dimensione di questo forame ovale non è uguale per tutti, può essere di piccole dimensioni o grandi dimensioni.

Pur in presenza di forame ovale pervio, ci si aspetterebbe che il passaggio di sangue debba avvenire dal lato sinistro, dove c’è più pressione, a quello destro, dove c’è meno pressione, e che quindi le bolle presenti nell’atrio destro non passino in quello sinistro. È bene tenere presente che in alcuni pazienti può accadere che ci sia un flusso anomalo da destra verso sinistra, e nel caso nel sangue si trovino delle bolle, anche queste passeranno da destra verso sinistra.

In casi di PFO di piccole dimensioni, può accadere che il sangue passi da destra verso sinistra solo sotto sforzo, ovvero quando aumentiamo la pressione intratoracica.
Invece in caso di forami di grandi dimensioni può succedere che questo passaggio avvenga anche senza bisogno che ci sia un aumento della pressione intratoracica, quindi in condizioni basali.

Qui sul blog abbiamo sempre sentito parlare di PFO correlato alle immersioni subacquee.

Ma quando il PFO – Forame Ovale Pervio diventa un fattore di rischio per l’attività subacquea?

La malattia da decompressione è una patologia che deriva dalla formazione di bolle di azoto all’interno del sangue o dei tessuti dell’organismo a seguito di un’esposizione iperbarica. La patologia da decompressione è di due tipi: la prima deriva da bolle che si formano direttamente nel tessuto colpito (ad esempio un’articolazione) la seconda invece può essere una forma di embolia gassosa arteriosa (ovvero la presenza di bolle nel sangue arterioso).

La seconda forma di MDD è anche una conseguenza di un Forame Ovale Pervio aperto: il PFO di grandi dimensioni è un fattore di rischio per le immersioni subacquee perché, alla fine di ogni immersione, anche condotta correttamente, e senza che il subacqueo abbia alcun tipo di sintomo, nel sangue venoso, ovvero nell’atrio destro, si trova una determinata quantità di bolle. La presenza di molte bolle associata ad un PFO di grandi dimensioni rende possibile il passaggio di bolle dal sangue venoso a quello arterioso.
Questo è un problema perché le bolle che si trovano nel sangue venoso sono sopportate dal nostro organismo senza problemi, invece se dovessero passare nel sangue arterioso, basterebbero poche quantità per creare delle problematiche.

Come si svolge la ricerca del PFO – Forame Ovale Pervio?

Il subacqueo viene sottoposto a due esami specifici: l’ecocardiogramma transtoracico con contrasto e l’ecodoppler transcranico con contrasto, che studiano eventuali comunicazioni fra le sezioni del cuore e il passaggio di bolle fra queste.

Nel caso di un PFO di grandi dimensioni sarà necessario mettersi nella condizione di fare delle immersioni che non producano bolle e rendere più sicura l’immersione seguendo le regole consigliate dal low bubble diving (Linee guida della società svizzera di medicina subacquea e iperbarica).

Il problema che ci poniamo è: un subacqueo che ha fatto delle immersioni, si è imbattuto in una malattia da decompressione e gli è stato diagnosticato un PFO di medie/grandi dimensioni, deve appendere le pinne al chiodo?

Non necessariamente, però dovrà farsi seguire da un medico di medicina iperbarica e capire insieme a lui se sarà sufficiente seguire le linee guida del low bubble diving oppure se sarà necessario prendere altri provvedimenti.

Attualmente, benché sia riconosciuto che il PFO è un fattore di rischio aggiuntivo all’immersione subacquea e che è presente in un terzo della popolazione, tutti i dati statistici riferiti alla malattia da decompressione ci dicono che questa tipologia di malattia è molto rara.

Il più delle volte le malattie da decompressione vengono dette immeritate, perché i subacquei non eseguono delle violazioni particolari, ma hanno dei comportamenti non sicuri e non considerano alcune importanti accorgimenti come la differenza di profondità fra le immersioni e l’intervallo di tempo in superficie.

A volte si dà la colpa al PFO ma sarebbe necessario comportarsi in maniera più prudente!

 

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